Nel caso dei “30 secondi” arriva la condanna per violenza sessuale

Ce ne eravamo già occupati quando la Corte di Cassazione aveva annullato la doppia assoluzione disposta nei confronti di un ex sindacalista accusato di violenza sessuale ai danni di una hostess. Ora quel procedimento si è concluso con una condanna: la Corte d’Appello di Milano, nel processo bis, ha inflitto al protagonista la pena di un anno e due mesi di reclusione.

I fatti risalgono al 2018. Secondo l’accusa, durante un incontro legato a una vertenza sindacale all’aeroporto di Malpensa, la donna avrebbe subito una serie di abusi. In primo grado e nel primo giudizio d’appello l’imputato era stato assolto, con una motivazione destinata a suscitare un ampio dibattito giuridico e mediatico.

La controversa motivazione della Corte d’Appello

Nelle motivazioni dell’assoluzione, i giudici avevano ritenuto che la condotta contestata non avesse “vanificato ogni possibile reazione della parte offesa“, osservando che i fatti si erano protratti per una “finestra temporale” di circa 20-30 secondi, periodo che, secondo quella ricostruzione, avrebbe consentito alla donna di allontanarsi.

La Corte aveva inoltre escluso che ricorressero i requisiti della violenza, della minaccia o dell’abuso di autorità, affermando che i toccamenti, pur repentini, non avevano posto la vittima nell’assoluta impossibilità di sottrarsi e che il ruolo sindacale dell’imputato non determinava una posizione di supremazia nei confronti della hostess.

L’intervento della Cassazione

Proprio quell’impostazione è stata smentita dalla Corte di Cassazione, che nel febbraio 2025 ha annullato le assoluzioni disponendo un nuovo processo davanti a una diversa sezione della Corte d’Appello.

Gli Ermellini hanno ribadito un principio ormai consolidato: il ritardo nella manifestazione del dissenso è irrilevante ai fini della configurazione del reato di violenza sessuale. La sorpresa, il blocco emotivo o lo stato di shock possono infatti impedire una reazione immediata, senza che ciò possa essere interpretato come consenso o acquiescenza.

La condanna

Nel nuovo giudizio il sostituto procuratore generale aveva chiesto una condanna a due anni. La Corte si è infine fermata a un anno e due mesi di reclusione, riconoscendo inoltre una provvisionale di 10 mila euro in favore della parte civile. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni e chiariranno nel dettaglio le ragioni della decisione.

Il principio

Al di là dell’esito del singolo processo, la vicenda conferma un orientamento sempre più chiaro della giurisprudenza: l’assenza di una reazione immediata da parte della vittima non può essere utilizzata, da sola, per escludere la violenza sessuale.

La valutazione deve concentrarsi sulla reale esistenza del consenso e sulle concrete circostanze del fatto, tenendo conto anche delle reazioni psicologiche che un’aggressione può provocare. Un principio che la Cassazione aveva già chiarito e che il nuovo giudizio d’appello ha ora tradotto in una pronuncia di condanna.


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