Chi deve pagare le rette delle RSA quando il ricovero riguarda persone affette da Alzheimer e demenze gravi o altre patologie neurodegenerative? È una domanda che da anni interessa migliaia di famiglie e che continua ad alimentare un importante contenzioso davanti ai tribunali.
Negli ultimi anni la giurisprudenza ha progressivamente chiarito questo aspetto. Il principio affermato dai giudici è che, quando le prestazioni rese in RSA presentano un’elevata componente sanitaria, i relativi costi rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e devono essere sostenuti dal Servizio Sanitario Nazionale, senza gravare sui pazienti e sulle loro famiglie.
Si tratta di un orientamento ormai consolidato: in queste situazioni, infatti, l’assistenza quotidiana è spesso inscindibile dalle cure mediche, dal monitoraggio clinico e dagli interventi sanitari necessari per garantire un adeguato percorso di cura. Le pronunce in merito sono diverse: tanto per citarne una, nel 2025 il Tribunale di Roma stabilì la restituzione di 166 mila euro alla famiglia di una paziente malata di Alzheimer e ricoverata in una RSA.
La sentenza
Una recente sentenza si inserisce in questo filone interpretativo e rafforza ulteriormente le possibilità di ottenere il rimborso delle somme versate. La decisione assume particolare rilievo perché amplia il quadro delle responsabilità, affermando che non possono essere coinvolte soltanto le aziende sanitarie o le strutture che erogano il servizio, ma anche gli enti che hanno compiti di organizzazione, programmazione e finanziamento del sistema sanitario.
Si tratta di un passaggio importante per chi sta già affrontando un contenzioso o sta valutando di avviarlo. Il consolidamento di questo orientamento giurisprudenziale offre infatti nuovi argomenti alle famiglie che negli anni hanno sostenuto costi elevati per il ricovero di parenti non autosufficienti.
Il rimborso
Sul piano pratico, la questione riguarda soprattutto la possibilità di ottenere la restituzione delle somme versate, essendo il ricovero caratterizzato da una prevalente componente sanitaria. Ogni situazione richiede naturalmente una valutazione specifica della documentazione clinica e delle caratteristiche dell’assistenza ricevuta, ma il principio affermato dai giudici appare sempre più chiaro.
Un ulteriore aspetto da considerare riguarda la prescrizione. Le richieste di rimborso possono infatti estendersi a un periodo di dieci anni, circostanza che potrebbe consentire a molte famiglie di recuperare somme significative sostenute nel corso del tempo.
La direzione intrapresa dalla giurisprudenza sembra dunque ormai definita: quando le prestazioni erogate nelle RSA manifestano un’elevata componente sanitaria, i relativi costi devono essere sostenuti dal sistema pubblico. Un orientamento destinato ad avere effetti rilevanti sui futuri contenziosi e sul delicato equilibrio tra diritto alla salute e tutela delle famiglie.
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