Nel calcio le squalifiche hanno quasi sempre una durata prestabilita: una giornata, tre turni, un mese. In Brasile, però, una recente decisione della giustizia sportiva ha ribaltato questo schema, introducendo una sanzione destinata a far discutere. Un difensore dell’Internacional di Porto Alegre, infatti, non conosce ancora la data del proprio rientro in campo: la sua sospensione terminerà soltanto quando guarirà il calciatore che ha gravemente infortunato.
La vicenda
L’episodio risale al 23 luglio, durante la partita di Serie A brasiliana tra Internacional e Cruzeiro. Al 58° minuto Victor Gabriel interviene in maniera durissima sull’attaccante Gabriel Pec. L’arbitro estrae immediatamente il cartellino rosso, mentre il giocatore del Cruzeiro lascia il terreno di gioco in lacrime.
Gli accertamenti medici confermano la gravità dell’infortunio: frattura della tibia sinistra, intervento chirurgico e stagione praticamente conclusa proprio all’esordio con la nuova squadra.
La squalifica? Legata alla guarigione dell’avversario
La Corte Superiore di Giustizia Sportiva brasiliana ha deciso di applicare una disposizione poco conosciuta del proprio ordinamento: l’articolo 254, comma 3, del Codice brasiliano di giustizia sportiva.
La norma consente di estendere la squalifica del giocatore responsabile di un “intervento violento grave” fino al momento in cui l’atleta infortunato potrà tornare ad allenarsi, prevedendo comunque un limite massimo di 180 giorni.
Non si tratta quindi di una sanzione “a vita” o indeterminata, ma di una misura che collega direttamente la durata della sospensione alle conseguenze concrete prodotte dal fallo.
Le spiegazioni del calciatore
Davanti ai giudici sportivi Victor Gabriel ha sostenuto di non aver mai avuto l’intenzione di fare male all’avversario.
Secondo il difensore, il terreno di gioco era particolarmente bagnato e, dopo aver toccato il pallone, non sarebbe più riuscito a fermare la gamba. Il calciatore ha inoltre dichiarato di aver vissuto giorni molto difficili dal punto di vista umano, affermando di aver trascorso “notti insonni” pregando per il recupero dell’avversario e porgendo pubblicamente le proprie scuse.
Il caso dell’audio del VAR
Nel corso del procedimento è emerso anche un episodio che ha creato ulteriore imbarazzo all’Internacional.
La difesa aveva depositato una presunta registrazione delle comunicazioni del VAR per sostenere la propria ricostruzione dei fatti. Quando però il tribunale ha chiesto di dimostrarne l’autenticità, gli stessi avvocati hanno ritirato il file, ammettendo di non poter certificarne l’origine.
Successivamente il club ha chiarito che quella registrazione era semplicemente un audio circolato sui social network, utilizzato per errore durante la preparazione della difesa. La società ha escluso qualsiasi intento fraudolento, parlando di una svista interna e annunciando una revisione delle proprie procedure.
E in Italia?
Nel nostro ordinamento sportivo una decisione simile appare, allo stato, difficilmente ipotizzabile.
Il Codice di Giustizia Sportiva della FIGC prevede infatti sanzioni determinate o determinabili, normalmente espresse in giornate di squalifica o in un periodo temporale definito. La durata della sanzione viene valutata in base alla gravità della condotta, all’intenzionalità, alle circostanze del fatto e agli eventuali precedenti disciplinari, ma non è collegata ai tempi di guarigione dell’atleta che ha subito il fallo.
Il sistema brasiliano segue invece una logica diversa: in presenza di lesioni particolarmente gravi, la sospensione può essere parametrata alle conseguenze effettivamente prodotte dall’intervento falloso, pur entro il limite massimo di sei mesi previsto dalla legge sportiva locale.
La decisione della Corte brasiliana apre così un dibattito che va oltre il singolo episodio: è più giusto punire il gesto in sé oppure le conseguenze che esso provoca? Una domanda destinata a dividere tifosi, giuristi e addetti ai lavori, soprattutto nei casi in cui il confine tra imprudenza e violenza agonistica è particolarmente sottile.
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