Lavorare in un reparto ospedaliero con personale insufficiente, turni massacranti e riposi continuamente cancellati può dare diritto a un risarcimento. Lo ha stabilito il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 4493 del 30 settembre 2026, accogliendo il ricorso di nove infermieri dell’ospedale Niguarda che avevano denunciato condizioni di lavoro particolarmente gravose.
Il giudice ha riconosciuto l’esistenza di un ambiente lavorativo nocivo e stressogeno, condannando l’azienda sanitaria a risarcire i dipendenti e ad adottare misure organizzative per garantire un organico adeguato e il rispetto dei riposi previsti dal contratto.
4 infermieri per 36 pazienti: cosa è successo
La vicenda riguarda il reparto di Cardiologia dell’ospedale milanese, composto da 36 posti letto, di cui 12 ad alta intensità assistenziale. A occuparsi dei pazienti erano normalmente cinque infermieri durante il turno mattutino e appena quattro nei turni pomeridiani e notturni.
Una situazione aggravata dalla mancanza di operatori sociosanitari durante la notte e da una gestione dei turni che, secondo quanto accertato in giudizio, non rispettava regolarmente le disposizioni contrattuali.
Gli infermieri erano costretti a lavorare anche cinque notti consecutive, rinunciando ai riposi programmati e ricevendo comunicazioni sulle modifiche dei turni con pochissimo preavviso, talvolta attraverso telefonate o messaggi WhatsApp il giorno precedente.
A questo si aggiungeva l’assegnazione sistematica di mansioni normalmente svolte dagli operatori sociosanitari, come l’igiene dei pazienti e il rifacimento dei letti, per compensare le carenze di personale.
Le condizioni denunciate sono state documentate attraverso timbrature, comunicazioni interne e testimonianze. Il Tribunale ha inoltre accertato che la direzione era a conoscenza delle criticità, senza aver adottato misure adeguate per risolverle.
Stress lavorativo: il datore di lavoro può essere responsabile
La sentenza chiarisce un principio importante: per ottenere un risarcimento a causa di condizioni lavorative nocive non è necessario dimostrare di essere stati vittime di mobbing.
L’articolo 2087 del Codice Civile impone infatti al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti, adottando le misure necessarie a prevenire situazioni potenzialmente dannose.
La responsabilità può quindi derivare anche da un’organizzazione del lavoro inadeguata, quando il datore conosce le condizioni di rischio e omette di intervenire.
Nel caso del Niguarda, il problema non riguardava singoli episodi di sovraccarico, ma una situazione prolungata nel tempo, nella quale la carenza di personale veniva compensata attraverso il sacrificio sistematico dei riposi e l’aumento delle responsabilità dei lavoratori.
Il Tribunale ha inoltre ribadito che non basta predisporre formalmente misure di sicurezza: occorre verificarne l’effettiva applicazione.
Risarcimento anche senza una malattia accertata
Un altro aspetto rilevante della decisione riguarda il riconoscimento del danno da usura psicofisica, distinto dal danno biologico.
Secondo il giudice, infatti, lo stress provocato da condizioni lavorative particolarmente gravose può costituire un danno risarcibile anche in assenza di una patologia clinicamente diagnosticata, purché il pregiudizio venga adeguatamente dimostrato, anche attraverso presunzioni.
Per i nove infermieri il Tribunale ha stabilito un risarcimento calcolato secondo un criterio progressivo:
- 500 euro netti al mese per il primo anno;
- 800 euro netti al mese per gli anni successivi.
Gli importi si riferiscono ai periodi riconosciuti nella sentenza, compresi tra gennaio 2021 e marzo 2025. L’aumento è stato motivato dal progressivo aggravamento dello stress derivante dal protrarsi delle condizioni lavorative.
Non si tratta, tuttavia, di somme automaticamente riconosciute a chiunque lavori in condizioni stressanti: ogni richiesta di risarcimento richiede una valutazione delle circostanze concrete e delle prove disponibili.
La carenza di personale non giustifica la violazione dei diritti dei lavoratori
La pronuncia del Tribunale di Milano assume rilievo anche oltre il settore sanitario. La mancanza di personale, infatti, non può giustificare in modo permanente turni eccessivi, riposi negati o l’assegnazione sistematica di mansioni inferiori alla qualifica professionale.
Il giudice ha evidenziato come le conseguenze di un’organizzazione inadeguata non ricadano soltanto sui dipendenti, ma possano incidere anche sulla qualità del servizio prestato, soprattutto in un ambiente delicato come quello ospedaliero.
La sentenza ribadisce quindi che il diritto al riposo e alla tutela della salute non può essere sacrificato per compensare le carenze organizzative del datore di lavoro.
Un principio che può assumere particolare importanza per tutti i lavoratori sottoposti a carichi eccessivi e condizioni di stress continuativo, anche quando non siano presenti comportamenti persecutori o episodi riconducibili al mobbing.
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