È possibile per un magistrato dell’ufficio del Pubblico Ministero fare affermazioni – in sede di ascolto di persone informate sui fatti, offese dal reato o indagate – che equivalgano a prospettare per queste la reclusione in carcere?

La Cassazione, tramite la recente sentenza n. 20365 del 2023, risponde negativamente al quesito, confermando la condanna di due ex PM del tribunale di Trani rispettivamente alla pena di 6 e 4 mesi di reclusione per tentata violenza privata. Ai PM, in particolare, è stato addebitato di avere posto in essere, in concorso tra loro, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla loro qualità di Pubblici Ministeri, atti diretti in modo non equivoco a costringere, tramite modalità intimidatorie e violenze verbali, gli indagati chiamati a rendere sommarie informazioni testimoniali, ad accusare sé stessi e altri.

Per i giudici del Supremo Consesso, infatti, risultano indubbie le pressioni e le minacce implicite nel parlare della bella vista che offre il carcere di Trani o nel fare riferimento alle arance. Tali comportamenti integrano la violenza privata, poiché ipotizzano il verificarsi di un male ingiusto, mentre la forma tentata c’è perché l’intento non è andato in porto (non per volontà degli imputati). In nessun caso gli interrogati potevano comunque essere costretti a dare risposte e, ancora meno, risposte che confermassero le ipotesi investigative. Questo perché nel nostro ordinamento processuale penale vige il principio (nemo tenetur se detegere) in forza del quale nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale (e quindi ad autoincriminarsi). La Corte coglie l’occasione per ricordare a tutti che la funzione di garante della legalità del pubblico ministero, che si può definire un’autorità giudiziaria, va rispettata anche in fase di indagini preliminari.


Per info o assistenza legale:

06.37353065-6

carlorienzi@ordineavvocatiroma.org