Le gemelle Kessler hanno attraversato decenni di televisione italiana: icone pop, volti familiari anche per chi non ha mai seguito uno spettacolo di varietà della loro epoca. Per questo la notizia della loro morte, e l’ipotesi del suicidio assistito in Germania, non scivola addosso come un fatto lontano. Al contrario: costringe a guardare in faccia – specialmente dal punto di vista normativo – una questione che, prima o poi, riguarda la vita di tutti. Non si tratta solo di un caso di cronaca, dunque, ma dell’ingresso immediato in uno dei territori più complessi del diritto contemporaneo.
La sentenza
Nel 2020 la Corte costituzionale tedesca ha compiuto un gesto radicale: ha dichiarato illegittimo il divieto che puniva l’assistenza al suicidio offerta in modo “organizzato”. Da quel momento, in Germania, una persona può chiedere aiuto per morire senza dover essere malata terminale, senza dover aspettare protocolli medici rigidi, senza dover dimostrare altro che la propria volontà libera e consapevole. Una libertà enorme, per i nostri canoni..
Prima del 2015
Per capire la portata della sentenza del 2020 occorre fare un passo indietro. Fino a pochi anni fa, nell’ordinamento tedesco — diversamente da quello italiano — non esisteva alcuna norma che vietasse l’assistenza al suicidio. Il quadro cambia nel 2015, quando il Parlamento introduce il famigerato § 217 del codice penale, che puniva fino a tre anni di reclusione il “favoreggiamento del suicidio a fini di lucro”. Una norma pensata per bloccare sul nascere la nascita di associazioni simili a quelle svizzere, capaci di offrire assistenza alla morte dietro compenso. Cinque anni dopo, appunto, la Corte costituzionale ha ribaltato tutto: ha dichiarato incostituzionale il § 217 e parlato apertamente di un Recht auf Selbsttötung, un diritto al suicidio radicato nel valore supremo della Menschenwürde, la dignità umana – scolpita all’articolo 1 della Legge fondamentale. Un passaggio che ha aperto una stagione completamente nuova nel dibattito tedesco sul fine vita – e che oggi torna attuale proprio alla luce del caso Kessler.
Novità e problemi
A cambiare è stato il principio, ma i problemi non sono mancati. Perché, dopo la sentenza del 2020, la Germania ha definito procedure chiare per i pazienti affetti da patologie fisiche gravi, ma non ha ancora sciolto il nodo più delicato: l’accesso al suicidio assistito per le persone con disturbi psichiatrici. È qui che la normativa si fa incerta, quasi esitante: mancano criteri uniformi, mancano linee guida condivise, manca soprattutto un perimetro che eviti arbitri e zone grigie. È come se la Corte avesse aperto la porta, ma avesse lasciato una stanza – quella forse più complessa – ancora nell’ombra..
Perché ci riguarda
La storia delle Kessler non diventa simbolica per come è finita, ma per ciò che mette davanti ai nostri occhi: che il modo in cui un Paese decide di regolamentare (o non regolamentare) la libertà di morire non è un tema per addetti ai lavori, ma una domanda collettiva. Una domanda che attraversa cultura, etica, medicina e diritto, e cui finora in Italia non si è data risposta evitando qualsiasi regolamentazione per legge della materia. Una domanda, però, che ormai è diventata urgente – e come comunità non possiamo più eludere.
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