È ESTORSIONE SE DURANTE IL RAPPORTO DI LAVORO IL DATORE IMPONE CONDIZIONI PEGGIORI TRAMITE MINACCIA DI LICENZIAMENTO

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, riguardante il tema del lavoro, ha chiarito il discrimine tra la condotta lecita e quella penalmente rilevante del datore di lavoro.

La vicenda origina dall’imposizione, nei confronti di alcune lavoratrici, di condizioni di lavoro palesemente inique e illegittime. Inizialmente assunte in nero, avevano firmato apparenti contratti di lavoro a tempo indeterminato part-time – a fronte di orari in realtà superiori. Senza contare le buste paga con importi maggiori rispetto a quelli percepiti e il lavoro senza sosta e senza poter godere delle ferie (che dovrebbero essere riconosciute per legge).

La questione a cui la Corte di Cassazione ha dato risposta riguarda la configurabilità o meno, in siffatta situazione, del reato di estorsione, per aver indotto le lavoratrici a formalizzare i rapporti di lavoro – attraverso la minaccia di licenziamento o dimissioni forzate – solo per dare a tali rapporti un’apparenza di liceità.

Con la sentenza n. 29047 del 2023, la Suprema Corte ha stabilito che la condotta dei datori di lavoro deve essere considerata estorsione qualora sussista un rapporto di lavoro già in atto, anche se di mero fatto, in forza del quale si pretenda di imporre condizioni di limitino fortemente i diritti del lavoratore affinché il datore consegua vantaggi patrimoniali.

Al contrario, non può parlarsi di estorsione se, prima di essere assunti, gli aspiranti dipendenti si vedano prospettare dal datore l’alternativa tra l’essere sottopagati e sottotutelati o perdere l’opportunità lavorativa. Il diritto al lavoro, infatti, non va confuso con il diritto di essere assunti da un preciso datore.


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