“Ci vietava di andare in bagno. Alcuni bambini finivano per farsela addosso”. A raccontarlo oggi non sono più alunni delle elementari, ma ragazzi ormai maggiorenni, studenti universitari o prossimi alla maturità, tornati in aula di tribunale per ricordare episodi che — secondo le loro testimonianze — avrebbero segnato profondamente la loro infanzia.
Accade a Torino, dove è in corso il processo d’appello contro una maestra di matematica accusata da 21 ex alunni di due scuole elementari cittadine di aver tenuto comportamenti umilianti e vessatori nei confronti dei bambini. Insieme alla docente sono imputate anche una dirigente scolastica, una vicaria e una coordinatrice di plesso, accusate di rifiuto di atti d’ufficio.
I fatti
Secondo le testimonianze raccolte nel procedimento, la maestra avrebbe urlato contro gli alunni, rivolto minacce e umiliazioni pubbliche, arrivando persino a negare ai bambini il permesso di andare in bagno durante le lezioni. Episodi che, stando al racconto di alcuni ex studenti, avrebbero provocato paura, disagio e forte stress emotivo.
In primo grado tutte le imputate erano state assolte: il tribunale aveva ritenuto gli episodi “isolati” e “sporadici”, quindi non sufficienti a configurare il reato di maltrattamenti. La procura, però, ha impugnato la decisione e il caso è ora al vaglio della Corte d’Appello.
La questione
Dal punto di vista giuridico, vicende come questa pongono una questione molto delicata: quando un metodo educativo severo supera il limite e diventa comportamento lesivo della dignità dei minori? La Cassazione, negli ultimi anni, ha chiarito più volte che il reato di maltrattamenti può configurarsi anche in ambito scolastico, pure in assenza di violenze fisiche. A rilevare possono essere anche condotte ripetute nel tempo capaci di generare umiliazione, paura, ansia o sofferenza psicologica nei bambini.
Naturalmente sarà la magistratura a stabilire se le accuse siano fondate e se gli episodi contestati integrino realmente un illecito penale. Ma colpisce un aspetto: il fatto che quei ricordi, a distanza di oltre dieci anni, siano rimasti così vivi da spingere oggi quegli ex bambini a tornare in tribunale per raccontarli.
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