Social network e libertà di espressione: il caso Corona

La recente rimozione dei profili social di Fabrizio Corona ha riportato al centro del dibattito giuridico un tema tutt’altro che marginale: il potere delle piattaforme digitali di incidere concretamente sulla libertà di espressione degli utenti. L’oscuramento degli account, avvenuto su iniziativa dei social network, non è stato disposto da un giudice penale, ma giustificato come conseguenza di reiterate violazioni delle regole interne di utilizzo.

La scelta delle piattaforme

Dal punto di vista giuridico, l’elemento più rilevante è proprio questo: la cancellazione non deriva da un provvedimento di sequestro o da un’ordinanza di oscuramento emessa dall’autorità giudiziaria, ma da una decisione autonoma delle piattaforme. Formalmente, si tratta dell’esercizio di un potere contrattuale, fondato sugli standard della community accettati dagli utenti al momento dell’iscrizione. Tuttavia, quando la rimozione riguarda l’intero profilo e non singoli contenuti, l’impatto sul diritto di espressione diventa evidente e difficilmente neutro.

Diffide e contenziosi

La vicenda si inserisce in un contesto segnato da diffide e provvedimenti civili che chidevano la rimozione di specifici contenuti ritenuti lesivi della reputazione e della privacy di terzi. In questi casi, le piattaforme tendono ad adottare un approccio prudenziale, preferendo eliminare la fonte del rischio piuttosto che intervenire caso per caso. È una scelta comprensibile sul piano aziendale, ma che solleva interrogativi sulla proporzionalità della misura e sulla tutela effettiva dell’utente.

Libertà di espressione e potere privato

Il caso Corona è emblematico di una trasformazione più ampia: oggi decisioni che incidono su diritti fondamentali vengono assunte da soggetti privati che gestiscono spazi digitali di rilevanza pubblica. La libertà di manifestazione del pensiero non è illimitata e deve convivere con la tutela dei diritti altrui, ma il bilanciamento tra questi interessi, quando affidato esclusivamente alle piattaforme, rischia di tradursi in una forma di “silenzio digitale” priva di contraddittorio e trasparenza.


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