Per anni il lavoro dei rider è rimasto in una sorta di zona grigia: formalmente autonomi, ma nella pratica sempre più spesso sottoposti a regole, tempi e meccanismi stabiliti dalle piattaforme. Ora, sentenza dopo sentenza, le tutele stanno aumentando e i confini tra lavoro autonomo e subordinato diventano più definiti.
L’ultima decisione arriva dal Tribunale di Torino, che ha riconosciuto come lavoratore subordinato un rider di Glovo, disponendone la reintegrazione dopo un licenziamento ritenuto illegittimo. Ma il punto più interessante della pronuncia va oltre il singolo caso: riguarda quali momenti della giornata debbano essere considerati effettivamente tempo di lavoro.
I fatti
Il rider era formalmente libero di prenotare i propri “slot”, cioè le fasce nelle quali rendersi disponibile. Allo stesso tempo, però, l’app attribuiva un “punteggio di eccellenza” sulla base del rispetto di determinati parametri. Un sistema che, secondo il giudice, dimostrava l’esistenza di un potere organizzativo e direttivo esercitato dalla piattaforma.
La libertà di scegliere quando collegarsi, quindi, non basta necessariamente a qualificare il rider come lavoratore autonomo. Occorre guardare a come il rapporto viene concretamente organizzato e al grado di controllo esercitato attraverso l’app e i suoi algoritmi.
Nel caso esaminato a Torino, il lavoratore era stato allontanato nel marzo 2025 per alcune consegne che la società sosteneva non fossero state portate a termine. Le prove sono state però giudicate contraddittorie e il Tribunale ha disposto la reintegrazione, con inquadramento al sesto livello del Ccnl Commercio.
I tempi di attesa
C’è poi un altro passaggio particolarmente importante. Il giudice ha stabilito che devono essere retribuiti anche i tempi di attesa tra una consegna e l’altra.
Il salario orario previsto dal contratto collettivo deve essere riconosciuto dalla prima all’ultima consegna della giornata, sottraendo soltanto i periodi di inattività superiori a 60 minuti. Il principio è significativo: il lavoro del rider non coincide necessariamente con i soli minuti trascorsi a pedalare con un ordine nello zaino. Anche il tempo nel quale rimane a disposizione, aspettando una nuova chiamata, può avere valore lavorativo e quindi economico.
Ed è proprio su aspetti come questi che, negli ultimi anni, si sta progressivamente ampliando il sistema di protezione dei lavoratori delle piattaforme.
Salute e sicurezza
Sempre il Tribunale di Torino, poche settimane prima, era intervenuto su un altro fronte fondamentale: salute e sicurezza sul lavoro. In quel caso era stato ordinato di garantire ai rider misure di protezione contro il caldo, accesso ai servizi igienici, kit di soccorso e indumenti adeguati alle condizioni climatiche e all’esposizione allo smog.
Il lavoratore coinvolto doveva presentarsi a ogni turno in un luogo prestabilito e attendere lì gli ordini, senza avere neppure a disposizione servizi igienici. Il giudice ha imposto che l’accesso ai bagni fosse garantito, anche attraverso accordi con gli esercizi commerciali, e che l’attività venisse interrotta nelle ore caratterizzate dalle temperature più elevate.
Sono decisioni diverse, ma vanno nella stessa direzione. Retribuzione, tempi di attesa, licenziamenti, salute e sicurezza: questioni che fino a pochi anni fa sembravano difficili da applicare a un lavoro costruito intorno a un’app stanno entrando sempre più chiaramente nel perimetro delle tutele riconosciute ai rider.
Resta centrale il nodo della qualificazione del rapporto. Le piattaforme hanno a lungo costruito il proprio modello sulla natura autonoma dell’attività, ma i tribunali guardano sempre più spesso oltre la definizione formale utilizzata nel contratto. A pesare sono le modalità concrete con cui viene svolto il lavoro: chi stabilisce le condizioni, chi valuta la prestazione, quanto incidono gli algoritmi sulle possibilità di lavorare e quanto realmente il rider sia libero di organizzarsi.
È un percorso che procede un passo alla volta e che non significa automaticamente che ogni rider debba essere considerato un dipendente. Ma la direzione che emerge dalle pronunce è chiara: lavorare attraverso una piattaforma non significa lavorare senza diritti.
E più gli algoritmi entrano nell’organizzazione concreta del lavoro, più diventa difficile considerarli semplici strumenti neutrali. Dietro ogni consegna ci sono tempi di attesa, condizioni di sicurezza, retribuzioni e persone che lavorano. Ed è su questi elementi concreti che, sempre più spesso, intervengono i giudici.
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