Dopo anni di discussioni nell’opinione pubblica e un relativo silenzio sul piano giudiziario, il tema delle condizioni di lavoro dei rider è schizzato improvvisamente al centro del dibattito. Indagini della magistratura e nuove iniziative legali stanno riaccendendo l’attenzione su un settore – quello del food delivery – che negli ultimi anni ha cambiato profondamente il modo di organizzare il lavoro, spesso senza che il diritto riuscisse a tenere il passo.
Cosa sta succedendo
Il caso più recente riguarda la società Foodinho, che gestisce le attività di Glovo in Italia e che è stata posta sotto controllo giudiziario dalla Procura di Milano nell’ambito di un’indagine legata allo sfruttamento del lavoro dei rider. La motivazione: “impiegava manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori”. Il provvedimento non riguarda soltanto eventuali irregolarità isolate, ma punta a verificare se l’intero sistema organizzativo che regola il lavoro delle consegne sia compatibile con i principi previsti dall’ordinamento.
Il punto centrale è comprendere quali siano le reali condizioni in cui operano i rider. Negli anni il settore si è sviluppato attorno alla qualificazione di questi lavoratori come autonomi, con la conseguenza che molte delle tutele tipiche del lavoro subordinato non trovano applicazione. Tuttavia numerosi procedimenti giudiziari hanno evidenziato come l’attività dei rider sia spesso inserita in un sistema fortemente organizzato dalle piattaforme digitali, che stabiliscono tempi, modalità di lavoro e compensi attraverso strumenti algoritmici.
Il cuore del problema
Proprio questa ambiguità tra autonomia formale e organizzazione sostanziale del lavoro è il cuore del problema giuridico. Se il rider opera di fatto all’interno di una struttura organizzata da altri soggetti economici, diventa inevitabile interrogarsi su chi debba rispondere delle condizioni di lavoro e delle eventuali violazioni delle norme.
A riaprire il fronte legale contribuisce anche una nuova iniziativa giudiziaria promossa dalle categorie della CGIL che rappresentano i rider, che hanno avviato una causa contro Burger King. L’azione mira a sostenere che anche i grandi marchi della ristorazione non possano considerarsi estranei alla questione, quando il servizio di consegna rappresenta parte integrante della loro attività commerciale.
Il nodo giuridico diventa quindi individuare il vero centro di responsabilità nella filiera del delivery. Il sistema delle consegne a domicilio coinvolge infatti diversi soggetti – piattaforme digitali, ristoranti e lavoratori – con una distribuzione delle responsabilità che negli anni ha reso difficile individuare chi debba garantire il rispetto delle tutele previste dalla legge.
Un passaggio cruciale
Le indagini e le cause che stanno emergendo in queste settimane sembrano muoversi nella stessa direzione: chiarire le condizioni reali in cui operano i rider e, di conseguenza, individuare con precisione i soggetti responsabili. Un passaggio che potrebbe avere effetti importanti non solo per il settore del food delivery, ma per l’intero modello economico della cosiddetta gig economy.
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