Giocare a calcetto durante la malattia non giustifica automaticamente un licenziamento per giusta causa. Lo ha stabilito il Tribunale di Bergamo con la sentenza n. 50 del 22 gennaio 2026, dichiarando illegittimo il recesso intimato a un lavoratore assente per sindrome ansioso-depressiva collegata anche a una diagnosi di sclerosi multipla. Secondo l’azienda, le partite serali erano incompatibili con lo stato di malattia e idonee a ritardare la guarigione. Per il giudice, invece, non vi è stata alcuna violazione disciplinare tale da compromettere il rapporto di lavoro.
I fatti
Il dipendente, assunto nel 2022, nel 2023 aveva ricevuto una diagnosi di sclerosi multipla, poi confermata, informandone l’azienda. All’inizio del 2024, durante un periodo di assenza per sindrome ansioso-depressiva con attacchi di panico, gli era stato contestata – in questi casi, le aziende si affidano frequentemente a investigatori privati – la partecipazione a partite amatoriali di calcetto. Il 14 marzo 2024 era stato licenziato per giusta causa.
La perizia medica
La consulenza tecnica disposta dal giudice ha ricostruito il quadro clinico e chiarito un punto decisivo: l’attività sportiva non era vietata né incompatibile con la patologia. Anzi, agli atti risulta che i medici avessero suggerito di evitare l’isolamento sociale e di mantenere relazioni attive. La letteratura scientifica richiamata evidenzia inoltre che l’attività fisica può avere effetti positivi sia sulla sclerosi multipla sia sui disturbi dell’umore. In sintesi: nessuna simulazione, nessun abuso dello stato di malattia.
Il principio
Il Tribunale ha richiamato l’orientamento della Corte di Cassazione: nel licenziamento per giusta causa il giudizio di proporzionalità deve essere concreto. Occorre verificare se il comportamento sia davvero stato tale da spezzare in modo irreparabile il vincolo fiduciario. Nel caso specifico, pur essendo il fatto accertato, non è emersa alcuna lesione grave degli obblighi di correttezza e buona fede.
Le conseguenze
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