Il Tribunale del Lavoro di Venezia ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un uomo, dipendente del magazzino Metro di Marghera. Una decisione come tante, utile per chiarire il profilo giuridico della vicenda, ma arrivata quando ormai era troppo tardi: nel frattempo, l’uomo si era tolto la vita.
I fatti
L’uomo lavorava come addetto alle vendite: secondo l’azienda, avrebbe consentito ad alcuni clienti di risparmiare sulle spese di spedizione, causando un danno stimato in circa 280 euro. A seguito di questa contestazione era stato prima sospeso e poi licenziato il 31 luglio 2024.
Un provvedimento che il lavoratore aveva deciso di impugnare, rivolgendosi al sindacato. Pochi giorni dopo, nell’agosto 2024, si è tolto la vita. La causa è stata quindi portata avanti dalla famiglia, insieme alla Cgil veneziana e alla Filcams, fino alla pronuncia del giudice del lavoro.
Il Tribunale ha stabilito che il licenziamento non era legittimo. In termini semplici, la sanzione applicata è stata ritenuta sproporzionata rispetto al fatto contestato. Nel diritto del lavoro, infatti, il licenziamento rappresenta la misura più grave e può essere adottato solo quando il comportamento del dipendente compromette in modo serio il rapporto con il datore di lavoro. In questo caso, secondo il giudice, tale presupposto non c’era – e per questo ha condannato la società a risarcire la famiglia con 15 mensilità.
La sentenza
La sentenza ha quindi riconosciuto come il provvedimento adottato dall’azienda non fosse giustificato. Un passaggio importante sul piano giuridico, perché ha ribadito il principio di proporzionalità tra condotta e sanzione.
Resta però il dato più evidente: il riconoscimento dell’illegittimità è arrivato dopo, quando non poteva più incidere sulla vicenda personale del lavoratore. Ed è proprio questo scarto tra i tempi della giustizia e quelli della vita a rendere il caso particolarmente difficile da accettare. Come spiegato dalla CGIL:
“La sentenza non restituirà Paolo ai suoi familiari, e questo è il dolore più grande che resta. Ma la decisione fa giustizia della sua rettitudine, del suo alto senso del dovere e della sua onestà”.
La decisione del Tribunale ha, quindi, rimesso ordine sul piano del diritto, ma lasciando aperta una riflessione più ampia sul peso delle scelte aziendali in ambito lavorativo e sulle conseguenze che possono avere – capaci, come in questo caso, di andare ben oltre il mero rapporto tra azienda e dipendente.
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