Gridò “Palestina libera” alla Scala: illegittimo il licenziamento

La decisione del Tribunale del Lavoro di Milano sul caso della maschera del Teatro alla Scala che durante un evento istituzionale gridò “Palestina libera” continua ad alimentare un dibattito acceso. Il giudice ha dichiarato illegittimo il licenziamento, aprendo un confronto nazionale sul confine tra diritto di espressione, disciplina aziendale e sensibilità politica in un momento storico già fortemente polarizzato.

Il caso

La lavoratrice, impiegata con contratto intermittente, aveva lasciato la sua postazione il 4 maggio 2025 per raggiungere la prima galleria e lanciare il messaggio di protesta alla presenza della Presidente del Consiglio. Il teatro aveva reagito con una procedura disciplinare immediata e con un licenziamento per giusta causa, sostenendo che l’episodio avesse violato i doveri contrattuali e compromesso in modo irreversibile il rapporto fiduciario. Per la Scala, quella protesta non era un gesto simbolico ma un atto in grado di danneggiare l’immagine dell’istituzione in un contesto internazionale.

Il Tribunale, tuttavia, ha rovesciato la prospettiva. Pur riconoscendo la violazione disciplinare, ha definito sproporzionata la scelta della Fondazione. La protesta è stata valutata come un’azione pacifica, di brevissima durata e priva di effetti sullo svolgimento dell’evento. Nessuna interruzione, nessun pericolo, nessun danno concreto. In altre parole, una condotta sanzionabile, ma non sufficiente a giustificare la misura più estrema disponibile al datore di lavoro. La lavoratrice, essendo il contratto già scaduto al momento della sentenza, non verrà reintegrata, ma avrà diritto a un risarcimento pari alle mensilità residue.

Una decisione che divide

La decisione non chiude la vicenda, anzi la amplifica. C’è chi la considera una vittoria della libertà di espressione e chi teme che legittimi comportamenti non compatibili con ruoli che richiedono disciplina e neutralità. C’è chi sottolinea la necessità di proteggere il dissenso e chi invece vede nella sentenza un precedente rischioso per la gestione degli eventi istituzionali e per il rapporto di fiducia nel lavoro subordinato.

Il caso Scala, in definitiva, diventa un terreno di scontro giuridico e culturale: quanto spazio può trovare la protesta politica nei luoghi di lavoro? Qual è il limite tra espressione personale e dovere professionale? E soprattutto, come si misura oggi la proporzionalità di una sanzione disciplinare in un contesto sociale sempre più sensibile ai simboli e ai messaggi politici? Le risposte, per ora, dividono. E la sentenza non fa che rendere il confronto ancora più vivo.


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