A volte per curare i figli serve (ancora) il tribunale

Quando un genitore è costretto a rivolgersi due volte al tribunale per ottenere cure già prescritte a un figlio con autismo, il problema non riguarda più soltanto un singolo caso. Diventa il sintomo di una difficoltà che attraversa gran parte del sistema sanitario italiano, dove il diritto alle terapie finisce spesso per scontrarsi con liste d’attesa, problemi di budget e ostacoli burocratici.

È quanto emerge dalla vicenda che arriva da Pescara, dove il tribunale del lavoro è intervenuto nuovamente ordinando alla Asl di garantire le cure a un ragazzo autistico. Una decisione che arriva dopo un primo provvedimento già emesso nel 2024 e che, secondo quanto ricostruito nel ricorso, non avrebbe portato a una soluzione concreta della situazione.

I fatti

Il giudice ha ribadito un principio molto chiaro: il diritto alla salute, soprattutto quando riguarda un minore, non può essere sacrificato per ragioni economiche. Nell’ordinanza si sottolinea infatti che i tetti di spesa non possono diventare una giustificazione per negare prestazioni considerate essenziali e indispensabili.

Secondo quanto emerso, il ragazzo era stato indirizzato verso una struttura accreditata ritenuta idonea al percorso terapeutico prescritto, ma l’autorizzazione necessaria per avviare le cure sarebbe rimasta bloccata, con il risultato di lasciare il minore in lista d’attesa. Da qui la decisione della famiglia di tornare davanti al giudice.

Famiglie in crisi

La vicenda richiama un problema ormai noto in molte Regioni italiane. Sempre più famiglie denunciano difficoltà nell’accesso alle terapie dedicate ai disturbi dello spettro autistico: tempi lunghi, poche strutture disponibili, percorsi interrotti e continui rimpalli burocratici.

E nel caso dell’autismo il tempo ha un peso enorme. Continuità e tempestività degli interventi terapeutici sono elementi fondamentali, soprattutto durante l’età evolutiva. Ogni ritardo rischia infatti di compromettere percorsi di crescita e sviluppo che richiedono interventi costanti e immediati.

Il tribunale di Pescara ha ricordato che queste cure rientrano nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza garantiti dal Servizio sanitario nazionale. Non si tratta quindi di prestazioni facoltative, ma di diritti previsti dalla legge.

Un tema nazionale

La storia apre inevitabilmente anche una riflessione più ampia: quante famiglie riescono davvero ad affrontare una battaglia legale pur di ottenere cure già riconosciute come necessarie? E quante, invece, rinunciano per motivi economici o per stanchezza?

Il rischio è che l’accesso alle terapie finisca per dipendere non solo dai bisogni del paziente, ma anche dalla capacità delle famiglie di sostenere costi, attese e contenziosi. Ed è proprio questo il punto più delicato: quando per ottenere un diritto serve un tribunale, il problema non è più individuale, ma riguarda l’intero sistema..


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